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Messaggioda MarioBros » 16/04/2010, 11:06

CELLA 211

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Genere: Azione
Titolo originale: Celda 211
Nazione: Spagna, Francia
Anno produzione: 2009
Durata: 104'
Regia: Daniel Monzon
Cast: Carlos Bardem, Luis Tosar, Antonio Resines, Marta Etura, Manolo Solo, Jesus Carroza, Luis Zahera, Manuel Morón, Alberto Amman
Produzione: Morena Films, La Fabrique de Films, Telecinco Cinema, La Fabrique 2, Vaca Films
Distribuzione: Bolero Film
Soggetto: dal romanzo di Francisco Pérez Gandul
Sceneggiatura: Daniel Monzon, Jorge Guerricaechevarría
Uscita spagnola: 6 novembre 2009
Uscita italiana: 16 aprile 2010

Immagine



ATTENZIONE :





"Può crollare il mondo, tu non uscirai vivo da qui"
Juan Oliver (Alberto Ammann) è appena stato assunto come secondino nel carcere di Zamora. Durante un sopralluogo nel braccio più pericoloso della prigione, scoppia una rivolta, guidata dal carismatico Malamadre (Luis Tosar). Rimasto svenuto e abbandonato nella cella 211, vuota al momento del disordine, Juan riesce a fingersi un carcerato nuovo e a entrare nelle grazie di Malamadre, comprendendo i motivi per cui sono in rivolta ma cercando anche una possibile via di fuga…

Si fa quel che si può
Tratto dal romanzo omonimo di Francisco Pérez Gandul, Cella 211 è stato capace di vincere (con pieno merito) otto premi Goya, i più importanti riconoscimenti a livello cinematografico in Spagna, tra cui Miglior Film, Miglior Regia per Daniel Monzón (nessuno dei precedenti, El corazon del guerrero e The Kovak Box, è arrivato in Italia) e Miglior Sceneggiatura per Jorge Guerricaechevarria (già autore per Almodovar in Carne tremula).
Monzón azzarda con successo qualche scelta registica estrema, ad esempio l’inquadratura fissa sulla nuca (marchio stilistico di un altro grande regista come Gus Van Sant) e la testa rasata di Malamadre, quasi fossimo noi stessi spettatori chiamati a impersonare il detenuto e a vivere attraverso i suoi occhi e il suo sguardo i momenti più importanti del film. Così come l’utilizzo dei flashback per il personaggio di Oliver, quasi a idealizzare quei momenti di vita con la moglie rimasti inevitabilmente fuori dalle mura del carcere e a cui aggrapparsi tenacemente per provare a uscire indenne da quella situazione disperata.
Molte le differenze con gli altri film a tematica carceraria di recente produzione: Il profeta di Audiard proponeva una visione molto più definitiva, senza speranza, in cui il mondo dell’istituzione “carcere” diventava il mezzo di devianza assoluto; The Escapist di Wyatt era molto più vicino a Le ali della libertà, per come raccontava i rapporti tra i detenuti e per come riusciva a realizzare la tensione alla libertà che ogni prigioniero in qualunque forma (che si tratti di carcere, di segregazione, di esilio) trova dentro di sé; in Hunger di McQueen, invece, il carcere era il mezzo per cui esprimere la propria lotta, attraverso lo sciopero della fame e delle docce, contro le ideologie errate e contro un qualunquismo generalizzato che aveva portato Bobby Sands, un militante dell’IRA, a morire di fame nella propria cella. Cella 211 è prima di tutto una sceneggiatura pregevole, costruita su dialoghi mai vuoti e su una composizione delle scene, compresi i reiterati flashback, vicina alla perfezione. L’intreccio porta a un costante crescendo emotivo, prima ancora che di tensione, per la sorte del protagonista e, dopo averlo presentato allo spettatore e averlo portato tra le sue simpatie, per quella di Malamadre. C’è un punto, nel film, in cui i due personaggi diventano inscindibili e potrebbero essere l’uno e l’altro indifferentemente, al di là di ciò che li aspetterebbe fuori (una moglie incinta per Juan, un cugino nemmeno tanto a posto con la testa per l’altro), oltrepassando ogni possibile connotazione negativa attribuibile a Malamadre o positiva nel caso di Oliver: è proprio in quel momento che comincia l’inversione e lo scambio dei ruoli tra i due personaggi. Mentre, infatti, il riflessivo e positivo Juan Oliver prende coscienza della situazione reale dei carcerati, delle ingiustizie che sono costretti a subire e inizia lentamente ad accostarsi alla causa di coloro che fino a quel mattino avrebbe dovuto solo controllare in veste di secondino, e diventa sempre più impulsivo nei suoi comportamenti, il personaggio di Malamadre, invece, subisce un processo inverso di miglioramento, risultando quasi pietoso (nel senso di ispiratore di comprensione da parte dello spettatore) nella sua protesta e nelle sue richieste, talmente ragionevoli da far immediatamente schierare anche il pubblico dalla sua parte, e fungendo quasi da padre o fratello per la discesa negli abissi di Oliver. Un rapporto, il loro, giocato sulla tensione fin dall’inizio, nonché fondato sull’importanza della gerarchia (Malamadre sopra a tutti) e su un codice non scritto che i carcerati hanno nel sangue: il rispetto.
Bravissimi gli attori, tutti volti noti del panorama spagnolo, da Luis Tosar (Ti do i miei occhi, Nessuna notizia da Dio) nel difficile ruolo di Malamadre, a Marta Etura (Le 13 rose), la splendida Helena moglie di Juan; fa eccezione il protagonista: Alberto Ammann, nei panni di Juan Oliver, è un esordiente e, viste le capacità attoriali dimostrate, si può di certo affermare che non sarà la sua ultima interpretazione.
Una profonda riflessione sull’inefficacia di una struttura detentiva come il carcere, che non incentiva né alla vita (emblematico il suicidio nel silenzio più totale della sequenza iniziale) né tantomeno al ritorno produttivo nella società: allora tanto vale combattere per i propri ideali di giustizia interna, per rendere la (non) vita all’interno delle carceri più accettabile e dignitosa. Consigliato.
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