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Messaggioda MarioBros » 06/02/2010, 12:50

DRAG ME TO HELL

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Genere: Horror
Titolo originale: Drag Me to Hell
Nazione: Stati Uniti
Anno produzione: 2009
Durata: 99'
Regia: Sam Raimi
Cast: Justin Long, Jessica Lucas, Alison Lohman, David Paymer, Reggie Lee, Fernanda Romero, Bojana Novakovic, Dileep Rao, Bill E. Rogers
Produzione: Buckaroo Entertainment, Ghost House Pictures, Mandate Pictures
Distribuzione: Medusa Home Entertainment
Sceneggiatura: Sam Raimi, Ivan Raimi

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ATTENZIONE :





La vendetta della lamia
La giovane ambiziosa Christine Brown, nata e cresciuta in campagna, ex reginetta sovrappeso della ‘sagra del maiale’, è impiegata in una filiale di banca a Los Angeles come addetta alla concessione dei mutui. Fidanzata con un giovane psicologo di buona famiglia, temendo di non essere all’altezza delle pretese snob dei genitori di lui, Christine cerca con ogni mezzo di ottenere una promozione. Finché, per dimostrare al direttore di avere la stoffa necessaria negli affari, nega un prestito a una vecchia stramba e indigente, venendo meno ai propri valori e suscitando la vendetta della donna, umiliata dal rifiuto, che le scaglia contro una terribile maledizione.

Pronto, chi sanguina?
La sceneggiatura di Drag Me To Hell è il risultato di una serie di stesure e adattamenti a partire da un racconto che Sam Raimi e il fratello Ivan avevano scritto nel 1989. Non c’è da sorprendersi perciò se l’impianto generale e le scelte stilistiche del film attestino una più diretta discendenza da coeve pietre miliari a basso costo come La Casa (1981) o L’armata delle Tenebre (1992), segnando il passo rispetto alla parabola dei grandi successi mainstream degli anni ’90, smarcandosi soprattutto dal gigantismo produttivo della trilogia di Spider Man . Raimi torna alla sua originaria passione, lo splatter-horror intriso d’ironia e slapstick , rigenerato da un budget relativamente limitato, a garanzia dello stesso pieno controllo creativo dei primi lavori. Il marchio della premiata bottega appare inconfondibile e il film è disseminato di auto-citazioni e ricorrenze: la casa posseduta, la mano del dannato che spunta dalla terra, il vento e i fumi latori di spiriti dall’oltretomba, sono stilemi Raimiani della prima ora. Persino la vecchia Oldsmobile gialla fa la sua comparsa in una delle scene più spaventose ed esilaranti del film. Un’efficace combinazione di make-up tradizionale ed effettistica digitale fornisce al film il giusto tocco di artigianalità, senza per questo rinunciare alla potenza visiva di un innesto misurato d’innovazione tecnologica. In Drag Me To Hell , poi, la maggiore libertà produttiva consente al regista di lasciarsi andare a prolungate, selvagge cavalcate splatter di vecchia scuola, rappresentando ancora una volta, lo stato dell’arte dell’intero genere. Raimi riesce nell’impresa niente affatto agevole di far sobbalzare dallo spavento procurando, al contempo, incontenibili scrosci di risate. La macchina da presa si muove vertiginosa come uno spettro inquieto e lunghi piani sequenza preparatori s’infrangono su rapide accelerazioni dal montaggio affilato come colpi di rasoio. La prevedibilità di taluni snodi narrativi, lungi dal depotenziare l’efficacia emotiva, é una trappola per lo spettatore, che riceve esattamente il colpo che si era aspettato, ma mai nel modo e nei tempi che aveva previsto. L’umorismo dei dialoghi e il non-senso delle situazioni, d’altronde, raggiunge vertici da teatro dell’assurdo. Ne sono esempi lo scambio di battute, pieno di malintesi, tra Christine e il fidanzato sulla sorte del gatto di lei; oppure la richiesta di spiegazioni della ragazza, si direbbe quasi meta-filmica, al veggente che la sta aiutando, sul perché diamine abbia aspettato tanto a lungo prima di rivelarle alcune informazioni essenziali sul suo caso di possessione. Effetto comico assicurato e colpo parato, perché è proprio ciò che si stava domandando lo spettatore in quello stesso momento, già sul punto di deplorare una simile ingenuità narrativa.

Business is business
Se non fossimo a cospetto di un pezzo da novanta di Hollywood, regista di film campioni d’incassi, verrebbe quasi da chiederci se lo stesso Raimi non sia incappato di recente nella sventura di vedersi rifiutare la concessione di un mutuo. La rabbia e l’umiliazione della signora Ganush di fronte alla fredda, impersonale spietatezza del mondo finanziario, e la mancanza di scrupoli, la perdita di orizzonte etico da parte di Christine, sono due facce della stessa medaglia. L’avidità di un mercato senza controlli che si riverbera nell’attuale crisi mondiale. Ancora una volta un buon film di genere, una tradizionale storia horror, è in grado di veicolare ben più reali inquietudini.
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