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Messaggioda MarioBros » 20/03/2010, 12:03

IL PROFETA

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Genere: Drammatico
Titolo originale: Un prophète
Nazione: Francia
Anno produzione: 2009
Durata: 149'
Regia: Jacques Audiard
Cast: Tahar Rahim, Niels Arestrup, Adel Bencherif, Reda Kateb, Hichem Yacoubi, Gilles Cohen, Pierre Leccia, Jean-Philippe Ricci, Antoine Basler, Leïla Bekhti, Foued Nassah, Jean-Emmanuel Pagni, Frédéric Graziani, Slimane Dazi
Produzione: Chic Films, Page 114, Why Not Productions
Distribuzione: BIM Distribuzione
Sceneggiatura: Jacques Audiard, Thomas Bidegain, Abdel Raouf Dafri, Nicolas Peufaillit
Uscita francese: 26 agosto 2009
Uscita italiana: 19 marzo 2010

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ATTENZIONE :





"L’idea è di uscire meno coglione di quando sei entrato"
Malik El Djebena è un diciannovenne condannato a sei anni di carcere. In prigione trova subito l’appoggio del clan più potente: quello dei còrsi. Ma, anche se non richiesta, la protezione del boss Luciani ha un prezzo: Malik dovrà uccidere Reyeb, un giovane arabo inviso ai còrsi. Entrato nelle grazie del boss, il giovane troverà il modo di portare avanti un suo piano segreto, alternandosi tra incarichi rischiosi e proficue uscite per buona condotta…

Un uomo giovane, senza storia, che però ne scriverà una davanti ai nostri occhi
Si coccola la sua ultima creatura il regista Jacques Audiard, e si può largamente affermare che lo faccia a ragion veduta. Il suo “profeta” rompe gli schemi, buca lo schermo e irrompe nella realtà come se non avesse mai veramente vissuto prima dell’inizio del film; come se, paradossalmente, le basi per la sua futura vita da libero venissero poste dal suo stato di recluso.
Il paradosso è lì, evidente a tutti, intrinseco in una storia che racconta come qualcuno riesca a raggiungere una posizione di potere che non avrebbe mai ottenuto se non fosse andato in prigione. L’istituto di correzione per eccellenza che diventa quasi una fabbrica di comportamenti deviati e devianti: entri come un piccolo criminale da strada ed esci come un potente boss della mala. Questo è Malik El Djebena (uno strepitoso Tahar Rahim, attore pressoché sconosciuto che vanta solo una piccola partecipazione nello scioccante horror À l’interieur), un profeta amorale e antieroico, forse proprio per questo così vicino alla simpatia dello spettatore che per due ore e trenta minuti soffre, si preoccupa e tifa per lui, immedesimandosi e comprendendo le azioni del giovane Malik.
Un film di genere splendidamente realizzato dal poco prolifico Audiard (pochi infatti i titoli dall’esordio nel 1994 a oggi, fra cui Sulle mie labbra e Tutti i battiti del mio cuore), in cui il protagonista compie un vero e proprio percorso di formazione, sfruttando la sua straordinaria capacità di adattamento: all’inizio per salvarsi la pelle, al suo ingresso nella prigione; poi, per sopravvivere e migliorare la sua condizione all’interno del clan dei còrsi; infine, per raggiungere un livello superiore di potere, tra i vari clan che popolano il carcere.
Il regista apre con una sequenza stupenda, che restituisce allo spettatore la stessa sensazione provata dal protagonista: gli ultimi scorci di libertà di Malik sono infatti filtrati attraverso una grata del cellulare che lo trasporterà in carcere. Sono immagini mosse di luoghi anonimi, un piccolo parco giochi, alcuni giardini di case, le strade e i marciapiedi da imprimere nel cervello prima di essere rinchiusi per sei lunghi anni. Nonostante la durata non indifferente, non si avverte mai un segno di cedimento nell’attenzione alle vicende che coinvolgono Malik: dal suo ingresso nel carcere all’avvicinamento dei còrsi, con la loro protezione non voluta ma imposta; dal favore ottenuto e il conflitto interiore del protagonista nell’adempiere al volere del boss Luciani (Niels Arestrup), alle prime uscite per buona condotta, giornate in cui assaporare la libertà, anche se a piccoli bocconi, e portare a compimento i lavoretti affidati dal capo dei còrsi. Le conseguenze dei suoi gesti lo seguiranno sempre, ovunque il giovane detenuto andrà, come lo spettro di Reyeb (Hichem Yacoubi), la prima persona ad aver davvero creduto in lui, ad avergli fornito i mezzi per evadere metaforicamente dalla condizione di recluso (nell’ignoranza da analfabetismo ancora prima che tra le mura della prigione), divenuto la sua coscienza silente e passiva. Tutto il mondo di micro- (e macro-) criminalità che Malik si crea dentro e fuori la prigione è un susseguirsi di vicende raccontate con occhio impietoso dalla macchina da presa, testimone impotente e allo stesso tempo compiaciuto dell’ascesa di un eroe fuori dal comune.
Alcuni espedienti registici segnano già la firma di Audiard e del suo cinema (il fermo-immagine di presentazione per ogni personaggio importante che faccia il suo ingresso nella vicenda; l’abitudine di oscurare l’immagine a favore di un unico dettaglio, creando dei buchi di campo o dei vuoti di immagine artificiosi): indimenticabile la scena della sparatoria, in cui Malik si abbandona per un attimo all’estasi di un momento “da film” nella sua vita e irride il suo destino, ancora una volta benevolo con lui.
Un film assolutamente da non perdere: nominato all’Oscar come Miglior Film Straniero, Il profeta avrebbe dovuto vincere senza “se” e senza “ma”. Consigliato.
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