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Messaggioda MarioBros » 22/02/2010, 13:49

INVICTUS

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Genere: Drammatico
Titolo originale: Invictus
Nazione: Stati Uniti
Anno produzione: 2009
Durata: 133'
Regia: Clint Eastwood
Cast: Morgan Freeman, Matt Damon, Robert Hobbs, Langley Kirkwood, Scott Eastwood, Grant Roberts, Bonnie Henna, Tony Kgoroge, Penny Downie, Patrick Holland
Produzione: Spyglass Entertainment, Malpaso Productions, Revelations Entertainment, Mace Neufeld Productions
Distribuzione: Warner Bros. Italia
Sceneggiatura: Anthony Peckham
Uscita americana: 11 dicembre 2009
Uscita italiana: 26 febbraio 2010

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"Lo sport ha il potere di cambiare il mondo"
Dopo la vittoria alle elezioni presidenziali del 1994 in Sud Africa, Nelson Mandela si trova ad affrontare il problema della riconciliazione nazionale. Nell stupore generale, convoca per un colloquio Francois Pienaar, il capitano degli Springboks , la squadra di rugby orgoglio della popolazione boera. Il neopresidente investe molte delle sue energie per questa formazione sportiva. Invictus è la storia vera di come la vittoria dei sudafricani, nei Mondiali del 1995, diede impulso alla pacificazione del paese.

La nascita di una nazione passa attraverso una partita di rugby
La riconciliazione nazionale con gli ex avversari è una questione che si trova ad affrontare chi prevale nel conflitto interno di un paese. La Storia mostra come sia un’impresa molto difficile, forse più della contesa stessa, e come sia facile cadere in epurazioni o punizioni umilianti. Eastwood affronta questo spinoso argomento con lo stesso approccio adottato per il dittico Lettere da Iwo Jima /Flags of Our Fathers, quello di cercare di capire il punto di vista dei nemici, e dei vinti, mostrando come siano anch’essi esseri umani. In questo caso gli ex nemici sono rappresentati dagli Afrikaner, la popolazione bianca, responsabile di uno dei regimi più odiosi della storia recente, quello dell’Apartheid in Sud Africa. Stavolta Eastwood non mette a confronto lo spettatore americano, o comunque occidentale, con quelli che può considerare dei “diversi”, come i giapponesi o i Hmong di Gran Torino. Quel regime ributtante è infatti il prodotto di una cultura di matrice occidentale, europea. È, in definitiva, l’ultimo scampolo della prevaricazione che la razza bianca ha storicamente esercitato nei confronti delle popolazioni africane. Non si può non vedere un parallelismo con la storia degli Stati Uniti che, pur avendo abolito la schiavitù nel 1863, solo oggi sono arrivati a eleggere un presidente di colore. A un certo punto del film si vede un gruppo, composto dai giocatori di rugby, dalle loro ragazze e da altri accompagnatori, imbarcarsi su un traghetto. Sono perlopiù giovani, belli e ben vestiti: tutto farebbe pensare alla gita di piacere di agiati borghesi. Ma già il commento sonoro, una musica etnica africana, stride con questa lettura. Si scopre infatti che si tratta di una visita nella prigione di Robben Island, dove Mandela ha passato 27 anni della sua vita, rinchiuso in una cella di cinque metri quadrati. Questo momento è uno dei più toccanti del film, perché coincide con la presa di coscienza degli orrori perpetrati dalla propria civiltà. Rappresenta quello che può provare un tedesco, o un europeo, di fronte a un campo di sterminio nazista.
Invictus è lontano da quella concezione cupa che permea molte delle opere recenti del regista, le quali si concludono senza lasciare un filo di speranza. Arriva invece a toni agiografici nel tratteggiare la figura di Nelson Mandela. Ma in fondo il leader sudafricano ha fatto un percorso non dissimile da quello di Walt Kowalski, il protagonista di Gran Torino. Come lui ha combattuto i “diversi” in guerra, li ha odiati, ma è arrivato a capirli. Mandela è un personaggio eastwoodiano che vive nella meravigliosa interpretazione di Morgan Freeman.
Pur nell’agiografia, Eastwood non scade mai nel banale. Riesce a indignare, a commuovere, a trasmettere emozioni forti, con pochi, semplici elementi. Lo stesso soggetto, nelle mani di un altro regista avrebbe inevitabilmente prodotto un film scontato e melenso. La partita, con i suoi colpi di scena e le azioni riprese al ralenti, inchioda lo spettatore alla poltrona, fino ad arrivare alla catarsi della vittoria. Eastwood mostra una perfetta conoscenza dei meccanismi spettatoriali e in questo si mostra all’altezza dei grandi leoni di Hollywood, del John Huston di Fuga per la vittoria e dell’Aldritch di Quella sporca ultima meta.
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