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Messaggioda MarioBros » 05/03/2010, 12:17

SHUTTER ISLAND

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Genere: Thriller
Titolo originale: Shutter Island
Nazione: Stati Uniti
Anno produzione: 2009
Durata: 148'
Regia: Martin Scorsese
Cast: Leonardo Di Caprio, Mark Ruffalo, Ben Kingsley, Emily Mortimer, Michelle Williams, Max Von Sydow, Jackie Earle Haley, Patricia Clarkson, Ruby Jerins, Elias Koteas
Produzione: Phoenix Pictures, Sikelia Productions, Appian Way, Paramount Pictures
Distribuzione: Medusa
Sceneggiatura: Laeta Kalogridis
Uscita americana: 19 febbraio 2010
Uscita italiana: 5 marzo 2010

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ATTENZIONE :





Chi è il paziente numero 67?
Siamo nel 1954. Il detective Teddy Daniels (Leonardo Di Caprio) arriva con il suo nuovo partner Chuck (Mark Ruffalo) nell’isola del manicomio di Ashcliffe, da cui sembra essere scappata una paziente. Il personale, il direttore (Ted Levine) e i dottori (Ben Kingsley e Max von Sydow) della struttura fanno buon viso a cattivo gioco, ostacolando in maniera velata le indagini dei due federali, finché Daniels non rivela al compagno di essere lì per scovare l’assassino di sua moglie Dolores (Michelle Williams), un piromane di nome Laeddis (Elias Koteas), e scoprire quali esperimenti vengano condotti sui pazienti dell’isola. Riuscirà soltanto in uno dei suoi intenti…

"Cos'è peggio? Vivere da mostro o morire da uomo per bene?"
Con un po’ di malizia, si potrebbe insinuare che ricordi vagamente la considerazione di chiusura di Old boy – "Sebbene io sappia di essere peggio di una bestia, non crede che abbia anch’io il diritto di vivere?" – ma è solo uno dei tanti riferimenti che si possono accostare a Shutter Island (tra gli altri Gothika e Identità per la trama, Session 9 e Silent Hill per le ambientazioni), o forse sono solo attenzioni esagerate da cinefili. Perché, in fondo, Martin Scorsese non ha alcun motivo per omaggiare (o saccheggiare) il cinema che lo ha preceduto, così come non ha bisogno di giustificare i numerosissimi errori di continuità tra una scena e l’altra (su imdb se ne trovano anche più di quanti non siano realmente, ma la maggior parte è comprovata dalla visione del film), o le inesattezze di memoria storica (in un flashback, in cui avviene la liberazione da parte dei soldati americani, tra cui il protagonista, del campo di concentramento di Dachau, appare invece la scritta d’ingresso del campo di Auschwitz!).
Al di là di queste puntualizzazioni, Shutter Island rimane un thriller molto ben confezionato, che presenta alcuni momenti di lirismo visivo, fotografico (Robert Richardson) e scenografico (il sempiterno Dante Ferretti), altissimi – soprattutto nelle sequenze oniriche, colorate all’inverosimile e ricche di particolari, e nelle vivide allucinazioni che accompagnano il protagonista lungo il suo percorso d’indagine – e propone il consolidato sodalizio tra il regista e Di Caprio, trasformato e plasmato in una gamma di personaggi così diversi tra loro (da Amsterdam Vallon, l’irlandese furioso di Gangs of New York, all’Howard Hughes di The Aviator) da confermare di meritare la piena fiducia di Scorsese per qualsiasi ruolo da protagonista. Nei panni del detective Teddy Daniels, dimostra di passare indenne attraverso le diverse fasi di evoluzione (o meglio, involuzione) del proprio personaggio, costruendo, con espressioni convincenti e un’interpretazione mai sopra le righe, un crescendo di tensione emotiva che esploderà al momento giusto nel disvelamento finale.

"I pazzi parlano e nessuno li ascolta"
Possono esserci diverse piste interpretative da seguire per lo spettatore: Shutter island potrebbe essere un film di denuncia sulla conduzione di sperimentazioni illegali sui pazienti di manicomi, ordinari o criminali che fossero, e sulla reclusione di soggetti politicamente “scomodi” all’interno di queste strutture; allo stesso tempo, può essere considerato come l'ennesima riflessione sui devastanti effetti che la Seconda Guerra Mondiale ha avuto tra i soldati che hanno liberato i campi di sterminio tedeschi, un'esperienza le cui ripercussioni si faranno sentire anche nell’immediato dopoguerra; o ancora, l’isola può essere la metafora perfetta di un isolamento volontario, fisico ancora prima che mentale (Shutter si potrebbe tradurre con “colui che si rinchiude in se stesso”), attraverso cui un essere umano può lasciarsi inghiottire dal vortice delle sensazioni disagevoli che abitano la sua psiche.
È lo stesso Scorsese a giocare con lo spettatore, a guidarlo per mano dentro ognuno dei registri di lettura, salvo poi abbandonarlo al suo destino e costringerlo a scegliere su cosa puntare per un finale misterioso e, a tratti, sconvolgente (anche se intuibile): lungo tutto l’arco del film Scorsese dissemina indizi che possano mettere lo spettatore sulla giusta via, e gli stessi errori cui si faceva riferimento prima potrebbero invece essere degli sfasamenti, temporali o spaziali, ricreati ad hoc per giungere alla conclusione.
Un film da vedere e da vivere per tutte le oltre due ore di durata, in cui Scorsese costruisce dei quadri scenici splendidi e dei crescendo di tensione efficaci come pochi, il tutto impreziosito da una colonna sonora da antologia. Consigliato.
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